1 Ottobre 1998

Ultimissime sull'influenza. CHI HA PAURA DELLA SPAGNOLA

Perché i ricercatori tentano di isolare il virus che causò una strage 80 anni fa? Perché sono convinti che presto riesploderà. E alcuni indizi lo provano. Storia di una guerra contro il tempo.
di Giuseppe Gaudenzi

Speriamo di non dover mai raccontare una storia così. Un uomo, giovane, sale su un tram. Va al lavoro. Sta bene. Una fermata, due fermate. Scende. Si accascia. Muore. Un infarto? Nessun infarto. Un colpo di pistola? Nessuno sparo. Solo, per modo di dire, un'influenza. È una storia vera, risale al settembre di 80 anni fa, precisamente del 1918. Un giovane impiegato di Chicago fulminato sul tram fu uno dei 20 milioni di morti (alcuni storici garantiscono che furono almeno 40) della spagnola, l'influenza che provocò una delle più mortifere pandemie di tutta la storia. Più morti della contemporanea prima guerra mondiale, quasi quanti quelli della seconda. Una catastrofe medica che si diffuse in tutto il mondo, dagli Stati Uniti (la Spagna non ebbe alcuna responsabilità, semplicemente era l'unico paese in cui se ne poteva parlare, poiché non era belligerante e non aveva alcuna censura per le notizie considerate "disfattiste" ) e che concentrò tutta la sua virulenza in quattro mesi, dall'ottobre del 1918 al gennaio del 1919. In Italia ci furono più di mezzo milione di morti; quanti i soldati caduti al fronte. Ma questo non è affatto un argomento da storia della medicina. È un passato che può ritornare.

 
CATASTROFI.
Nel grafico, le epidemie di influenza più gravi registrate nel mondo negli ultimi 110 anni. Le forme più virulente sono avvenute nel 1889, nel 1918 e nel 1957. Risale al 1977 l'ultima emergenza.
 
Robin Marantz Henig, medico e divulgatore, autore di saggi e libri sul tema dei virus emergenti, ha riferito sul quotidiano "Washington Post" di avere interpellato i più importanti virologi del mondo. A tutti poneva la stessa domanda: "Quale sarà la prossima pestilenza?". Si aspettava di dover fare una complicata graduatoria, tra Aids, epatiti di ogni genere, virus oggi quasi sconosciuti. E invece si è trovato di fronte a un coro unanime, senza neanche una eccezione. "L'influenza", rispondevano gli esperti, da New York a Roma, da Bombay a Tokyo, da Brisbane a Buenos Aires. E scrive anche di avere avuto qualche difficoltà a divulgare questa notizia. Giacché l'influenza, nella percezione della gente comune, e perciò anche in quella dei direttori dei giornali, è sinonimo di malattia banale, benigna, a volte di una manna caduta dal cielo che consente di interrompere per alcuni giorni la frenesia del lavoro con il lieve scompenso di qualche starnuto e di poche linee di febbre. Tra gli scienziati vi è la consapevolezza che il rischio incombe, e il pessimismo aleggia: è vero che oggi disponiamo di qualche arma in più rispetto a ottant'anni fa, non molte a dire la verità, ma siamo anche tre volte tanti - sei miliardi contro due - e le cassandre paventano una strage apocatittica, che potrebbe superare i cinquanta milioni di morti. Questa consapevolezza si trova alla base di una scoperta che tiene con il fiato sospeso i microbiologi di tutto il mondo. Più che una scoperta, a dire la verità, è un tentativo di scoperta. E non si sa ancora se andrà a buon fine. Il tentativo inizia tre anni fa, nel 1995, quando l'americano Jeffrey Taubenberger, patologo molecolare, si imbatte inaspettatamente in un interessante reperto. Il luogo di questa osservazione è il National Tissue Repository , dell'Istituto di anatomia patologica dell'esercito statunitense. È nient'altro che un grande magazzino di campioni di tessuti umani appartenuti a soldati americani impegnati nelle guerre di questo secolo. Taubenberger, che è a sua volta dipendente dell'esercito, trova un frammento di polmone di un militare morto di spagnola il 26 settembre del 1918. I polmoni erano l'obiettivo principale del virus, nel giro di giorni, anche di ore, si riempivano di sangue. Taubenberger studia quel frammento, lo analizza, lo sviscera, dopo di che sostiene di aver ricavato una parte del materiale genetico del virus che ha ucciso il fante. L 'obiettivo finale è di complicatissima riuscita ma di significato semplice: ottenere la struttura molecolare del virus vuol dire comprenderne le caratteristiche, spiegare quindi la sua letalità (era una influenza paradossale la spagnola: risparmiava i vecchi e i bambini, ma uccideva inesorabilmente i giovani e gli adulti), e, infine, porre le fondamenta per la messa a punto di un vaccino. Un vaccino a futura memoria, poiché il rischio è appunto che, a causa di imprevedibili ma possibili mutazioni, si ripresenti un microbo simile a quello di tre quarti di secolo fa.
 
AMMALATI.
A fianco, le conseguenze che un'influenza esercita ogni anno, in media, sulla popolazione italiana.
 
Il lavoro di Taubenberger è importante, ma insufficiente: il materiale genetico è troppo scarso. Entra allora in scena Kirsty Duncan, una giovane ricercatrice dell'Università di Toronto, in Canada. La Duncan è un'esperta di geografia medica, disciplina che studia le malattie in rapporto alle latitudini in cui si presentano. Si arrovella sulla possibilità di rintracciare il virus della spagnola ancora in condizioni tali da poterlo studiare a fondo. Il suo, all'inizio, è un lavoro fatto più di supposizioni che di osservazioni. Le sue ipotesi la conducono alfine nelle isole Svalbard, a nordest della Groenlandia nel Mar Glaciale Artico, precisamente in quella di Sptitzbergen, poco più di mille chilometri dal Polo Nord. La Duncan apprende dalle cronache di poco meno di un secolo fa che nel buio dell'autunno e dell'inverno artico, Sptitzbergen, grazie alle sue risorse minerarie, era divenuta per i pescatori norvegesi (le Svalbard appartengono alla Norvegia) una alternativa alla pesca resa impossibile dai ghiacci. Ebbene, la Duncan viene a sapere che nel settembre del 1918 giunse sull'isola una nave che portava i futuri minatori. Sette di questi morirono di spagnola e furono interrati nel piccolo cimitero di Longyearbyen, sull'isola. Il cimitero non è di quelli abituali per un cittadino che vive a sud del circolo polare artico. Le bare giacciono infatti non nella nuda, e calda, terra, bensì nel cosiddetto permafrost, o permagelo, strato di terreno sempre gelato, tipico di quelle lande. Nel ghiaccio, anche i virus si conservano almeno nella loro struttura biochimica (anzi, profetizzano alcuni fantascienziati, potrebbero tornare virulenti una volta scongelati, ma questa è un'altra storia). Ai primi di settembre di quest'anno la Duncan e i suoi collaboratori (virologi, biologi molecolari, geologi) hanno portato alla luce le sette bare. In via metaforica beninteso. Le hanno individuate con speciali radar e non potranno toglierle dal permafrost, pena lo scongelamento dei corpi. Con un sistema di carotaggio (piccole sonde penetrano nei cadaveri e prelevano brani di tessuti) ricaveranno frammenti di polmoni e delle vie respiratorie perché si possa rintracciare il virus che li ha resi inservibili ottant'anni or sono. È una speranza, che al momento ha incontrato una piccola delusione. Le bare non si trovano che a un metro di profondità, dove lo strato di permafrost si confonde col tepore della terra più superficiale. È quindi possibile che i corpi, avvolti per giunta in carta di giornale, non si siano conservati integri e che anche i virus contenuti siano più difficilmente analizzabili. Comunque, come assicura Robert Webster, virologo dell'Università di Memphis che partecipa alla spedizione nelle Svalbard, in tre mesi si avranno i primi responsi dalle analisi. Che cosa si cerca in realtà lo si può anticipare fin d'ora. Spiega Ulrico Di Aichelburg, microbiologo dell'Università di Torino ed esperto divulgatore scientifico. "Per quale motivo ci si può ammalare più volte di influenza, mentre altre infezioni da virus, come il morbillo o la varicella o gli orecchioni "si fanno una sola volta"? Perché una caratteristica del virus influenzale, specialmente del tipo A (quello più diffuso) è la facoltà di mutare incessantemente la struttura delle proteine presenti nel rivestimento esterno. Perciò questo virus mutato non viene più riconosciuto dagli anticorpi che si sono prodotti in occasione di una precedente infezione. L'influenza è dunque un nemico pressoché inafferrabile, che si beffa di noi". Per di più, paventa Di Aichelburg, sembrerebbe che, nel gioco statistico delle mutazioni, i virus si ripresentino a distanza di anni; per esempio l'agente della influenza asiatica del 1957 (fece diverse decine di migliaia di morti solo negli Stati Uniti) pare fosse del tutto simile a quello di una epidemia influenzale di settant'anni prima, quella del 1889. Le possibilità che la spagnola si ripresenti, con la stessa violenza, sono dunque tutt'altro che teoriche. È per questo che conoscere la struttura genetica di quel virus diventa una informazione essenziale. A quel punto l'allestimento di un vaccino potrebbe essere quasi un gioco da ragazzi. Il possibile ritorno di una pandemia simile a quella della spagnola aveva già gettato il panico tra i virologi una ventina di anni fa quando, nel 1976, un virus influenzale di origine suina si diffuse in una caserma del New Jersey, a Fort Dix, provocando la morte di un soldato. Fu immediatamente isolato l'agente virale e approntato un vaccino, e il presidente di allora Gerald Ford fu tentato di promuovere una campagna per la vaccinazione di tutta la popolazione del paese (oltre duecento milioni di cittadini). Poi l'allarme rientrò, segno forse, che il virus aveva velocemente mutato la sua conformazione molecolare e si era fatto d'un tratto benigno. Ma grande preoccupazione ha destato, appena l'anno scorso, la notizia della morte di otto persone a Hong Kong, a causa di un virus, denominato H5N1, che stava decimando gli allevamenti di polli. Un mistero. Si era sempre pensato che dagli uccelli all'uomo non ci fosse possibilità di trasmissione e che occorresse comunque la mediazione del maiale, l'unico animale che (almeno secondo le attuali conoscenze dei ricercatori) sembra poter ospitare microrganismi di volatili e dell'uomo e che perciò è in grado di favorire la ricombinazione genetica necessaria perché il virus si trasformi in un agente infettivo per quest'ultimo (anche per la spagnola era avvenuto così). La rivista scientifica "Tempo Medico" riferiva che alcuni microbiologi erano in pieno panico e profetizzavano "l'inizio della pandemia più micidiale di tutti i tempi". Le autorità sanitarie della colonia britannica (oggi ex colonia) decisero di eliminare i polli che rimanevano, circa un milione e mezzo di esemplari, e, probabilmente, la misura di profilassi impedì il rimaneggiamento genetico necessario perché, una volta superata la barriera specifica tra uccelli e mammiferi, il virus si potesse trasmettere liberamente tra uomo e uomo. Dal 28 dicembre del 1997 non si hanno più notizie di infezioni letali, e tuttavia ancora non si può stare tranquilli. Robert Webster, quello stesso virologo che sta seguendo l'avventura della Duncan alla Svalbard, dice: "Potrebbero passare mesi, anche anni, ma prima o poi l'H5N1 potrebbe comparire di nuovo tra la popolazione di Hong Kong".
 
ALLARME.
A destra: un parallelo tra la spagnola del 1918 e un'analoga eventuale epidemia in futuro (fonte: Nih, Usa).
 
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